Il Testamento di Tito: ribellarsi alle regole della Compliance formale e abbracciare le 10 Regole della Compliance Sostanziale

Di Piermaria Saglietto, CEO e Co-Fondatore| Esperto RegTech, GRC, ESG | Privacy Officer Certificato TÜV | Lead Auditor ISO | Formatore e Consulente in Governance Digitale presso Compet-e.

 

Correva l’anno … si dice così no? Da giovane mi chiedevo sempre perché gli anni corressero; più avanti, da meno giovane, l’ho capito molto bene.

Dunque… correva l’anno 1970 e Fabrizio De André pubblicò un album bellissimo e controverso, il cui titolo era già una vera provocazione: La Buona Novella. Era un album che si ispirava, nel pieno degli anni della lotta studentesca, ai Vangeli apocrifi. Parlare di religione appena scollinato il ’68? Il tutto apparve come una bestemmia sia per gli ambienti religiosi che per gli ambienti contrapposti di lotta e di protesta.

All’interno di quell’album vi era una canzone, Il testamento di Tito, ultimo pezzo dell’album se si esclude la ripresa del “Laudate hominem“ finale, che più di tutte era un vero e proprio atto di ribellione. In quella canzone, Tito, uno dei due ladroni crocifissi accanto a Cristo, riprendeva e attraversava i dieci comandamenti, capovolgendoli uno per uno con una lettura umana, terrena, spietatamente realistica. Tito non negava i valori etici, ma ne metteva in evidenza le contraddizioni sociali, l’ipocrisia istituzionale, il moralismo facile di chi predica senza vivere davvero la realtà.

 

Il Testamento di Tito: La rivoluzione etica dei Comandamenti

Ovviamente di tutto questo io non me ne accorsi nel 1970, ero troppo piccolo; lo appresi all’inizio degli anni ‘80 quando riascoltai il testamento di Tito nella versione-concerto, registrata da De André insieme alla PFM nel freddo gennaio 1979. Fu allora che mi arrivò dritta come un cazzotto in pieno viso. E compresi: non era una bestemmia. In realtà Tito, il “buon ladrone”, non contesta Dio in sé, ma contesta l’immagine di Dio costruita dagli uomini, quella dei farisei, dei moralisti, dei predicatori della legge disumana. Non rifiuta l’etica: rifiuta l’ipocrisia. Il Testamento di Tito è la preghiera di un ateo che rifiuta il Dio delle regole vuote e trova fiducia nell’etica delle persone.

Mi è ritornato in mente il testamento di Tito più volte in questo periodo; periodo non semplice per la compliance e la data protection in particolare.

C’è un momento, ed è questo il momento, in cui le norme smettono di essere articoli, commi e obblighi. Il momento in cui ti accorgi che il vero rischio non è violare una regola, ma smettere di chiederti perché quella regola esiste. Un po’ come Tito che attraversa i comandamenti uno per uno, con la voce di chi non si inchina a una legge vuota.

Non proferisce alcuna bestemmia: rappresenta un atto di lucidità.
La ribellione a quel “Dio dei farisei”, da questi rappresentato come un essere terribile ed esigente che pretende cieca obbedienza, mentre loro per primi tradiscono lo spirito che sta alla base delle regole stesse. La voce di Tito ci ricorda: se la norma è solo facciata, se chi la impone non la rispetta, allora non è legge, è ipocrisia.

Ipocrisia e trasparenza: Le contraddizioni della conformità apparente

Quante volte, nel nostro mondo, vediamo lo stesso paradosso? Entità che chiedono trasparenza ma non sempre riescono a darla o comunque a renderla percepibile. Organismi che parlano di etica ma inciampano nei propri conflitti.
Istituzioni che pretendono conformità formale mentre dimenticano la sostanza. Ed è qui che si vede la differenza tra chi segue la legge come gesto burocratico e chi la segue come scelta morale. Tra chi rispetta un decreto e chi rispetta un principio.

La compliance non è un altare su cui inchinarsi. È un’assunzione di responsabilità. È scegliere ogni giorno di non cercare scorciatoie. È guardare la norma e chiedersi: cosa dice di me, dei miei valori, della mia azienda?

E allora il mondo della compliance diventa materia per un testamento moderno: non scritto su tavole di pietra, ma scolpito nelle scelte quotidiane; non imposto dall’alto, ma costruito dalle persone che rifiutano la conformità come obbedienza cieca.

Per cui, perdonatemi, abbiamo bisogno di comandamenti. Ma devono essere comandamenti dal volto umano, fatti per l’uomo e non per onorare una legge o una forma burocratica.

Mi è sorto quindi spontaneo un parallelo tra la rivisitazione dei comandamenti fatta da Tito e le buone regole di compliance: quelle sostanziali e non formali. Mi si perdoni l’ardire del paragone. La mia non vuole essere mancanza di rispetto verso i Comandamenti a noi noti. Anzi: vuol prendere esempio da principi di grande eticità che ci sono stati tramandati da millenni per orientare le nostre scelte anche su tematiche completamente diverse.

Quindi la parte seguente non parla dei Comandamenti: si ispira però all’attività di rivisitazione degli stessi operata da Tito.

 

I “Dieci Comandamenti” della compliance sostanziale

  1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

Per noi: non idolatrare il formalismo.

Tito rifiuta il Dio dei moralisti, fatto di imposizioni senza umanità. La nostra regola: non trasformare le norme in idoli burocratici. La legge vale se protegge persone, processi, fiducia.

 

  1. Non nominare il nome di Dio invano.

Per noi: non usare la compliance come scusa.

Tito condanna chi invoca la divinità solo quando gli conviene. La nostra regola: non citare GDPR, NIS2 o DORA come paravento. La compliance non è un alibi: è un impegno.

 

  1. Ricordati di santificare le feste.

Per noi: rispetta davvero le priorità etiche.

Tito ricorda che chi vive nella miseria non può permettersi la festa comandata.

La nostra regola: non rispettare solo le scadenze, proteggi le priorità reali.

 

  1. Onora il padre e la madre.

Per noi: onora la tua organizzazione con coerenza.

Tito parla di conflittualità con i genitori che lo hanno picchiato e non considerato come persona.

La nostra regola: l’onore non è nelle parole, ma nelle scelte; trasparenza, responsabilità, coerenza.

 

  1. Non uccidere.

Per noi: non danneggiare la fiducia.

Uccidere è un crimine terribile, Tito ci ricorda che lo è a maggior ragione quando è perpetrato dai forti verso i deboli.

La nostra regola: non “uccidere” la fiducia con superficialità o omissioni. La fiducia è vita.

 

  1. Non commettere atti impuri.

Per noi: non tradire l’integrità.

Tito rifiuta il moralismo che giudica i corpi ma non le coscienze.

La nostra regola: gli atti impuri sono i compromessi; frodi, scorciatoie, silenzi colpevoli.

 

  1. Non rubare.

Per noi: non appropriarti di ciò che non è tuo, né dati né potere.

Tito distingue tra chi ruba per fame e chi ruba per privilegio.

La nostra regola: non usare impropriamente dati, accessi, informazioni. Non prendere scorciatoie informative. Non giocare sporco.

 

  1. Non dire falsa testimonianza.

Per noi: non distorcere la verità operativa.

Tito sa che mentire può proteggerti, ma resta ingiusto.

La nostra regola: non mentire sui rischi, non nascondere incidenti, non truccare audit. Senza verità non c’è governo: c’è teatro.

 

  1. Non desiderare la donna d’altri.

Per noi: non desiderare responsabilità che non puoi gestire.

Tito contesta il comandamento perché giudica il desiderio, non l’azione.

La nostra regola: non desiderare ruoli o poteri senza la capacità di gestirli. Ogni accesso indebito è un incidente annunciato.

 

  1. Non desiderare la roba d’altri.

Per noi: non inseguire obiettivi che tradiscono i valori.

Tito conclude riconoscendo che ciò che conta non è possedere, ma umanamente comprendere.

La nostra regola: non barattare la sicurezza per un KPI, né il principio per la convenienza.

I comandamenti di Tito non distruggono la legge, la liberano dall’ipocrisia. Le restituiscono un senso, una dimensione umana.

E così dovrebbe essere anche per noi. Le norme non devono essere un recinto, ma un patto. Un patto con chi lavora con noi, con chi ci sceglie, con chi si affida ai nostri servizi.

 

Essere conformi non basta, serve essere veri

Alla fine, non c’è autorità che possa imporre una coscienza. La si costruisce “dal basso”, come una rivoluzione silenziosa. Fatta di aziende che decidono di essere giuste anche quando nessuno guarda.

Perché non basta essere conformi.
Bisogna essere integri.
Bisogna essere credibili.
Bisogna essere rock.

Ora mi sento più libero, più leggero e posso fare mie le parole finali di Tito con cui si conclude la canzone:

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore.

 

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