Di Emanuela Gotta, Digital Generalist | Marketing & Communication Manager | Privacy Manager | UX-oriented Project Manager | Formazione, contenuti e presales per il settore tech & GRC presso Compet-e.
Da un’idea e con la partecipazione di Paolo Marguccio, Sales Director presso Compet-e.
“Voglio una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film…”
La fascinazione del rischio totale
Chi ascolta Vita spericolata non può non percepire il fascino dell’estremo. Vasco canta di un’esistenza “fuori dagli schemi”, senza compromessi, un continuo flirt con il limite.
“Voglio una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film…”
È l’idea del rischio assoluto, vissuto come liberazione, come scelta deliberata: il mito di bruciare in fretta, di correre senza freni e senza guardare indietro.
Il parallelo con il mondo delle organizzazioni è sorprendentemente calzante. Quante aziende, nelle loro strategie, abbracciano la stessa tentazione? Pianificano progetti “brevi ma intensi”, prodotti a scadenza certa, piani industriali già programmati per “morire giovani”. Tutto sembra sotto controllo, “tanto è tutto calcolato”.
E invece no. Proprio come nella canzone, la realtà si prende gioco delle nostre previsioni. Quella “fine gloriosa” che si era immaginata non arriva mai. Il progetto rimane, il prodotto continua a essere usato, il sistema non si spegne. Quella corsa che doveva essere breve si trasforma in una lunga maratona amministrativa.
“Voglio una vita maleducata, di quelle vite fatte così…”
Bella sul palco, molto meno quando si parla di gestione del rischio.
Il rischio del “piano a termine”
Nei sistemi di governance il concetto è chiaro: il rischio non è solo vivere troppo intensamente, ma anche sottovalutare la durata delle proprie scelte.
Esempi pratici:
- Un’azienda pianifica un progetto con obsolescenza programmata, senza considerare che i clienti potrebbero non abbandonarlo così in fretta.
- Un’impresa costruisce un’infrastruttura pensando a 10 anni di vita utile, ma si ritrova a doverla mantenere per 20, senza aver pianificato budget o controlli.
- Una policy di compliance viene scritta “per superare l’audit” ma poi resta in vigore, non aggiornata, creando rischi enormi di non conformità.
In altre parole: il rischio non è la fine, ma la sua assenza.
La normativa ce lo ricorda:
- Il D.Lgs. 231/2001 (art. 6) chiede modelli organizzativi “idonei ed efficaci”, quindi costantemente aggiornati e non solo “scritti una volta per tutte”.
- Il GDPR (art. 25) richiede che la protezione dei dati sia garantita “by design e by default”, cioè durante tutto il ciclo di vita dei trattamenti, non solo al lancio di un servizio.
- La CSRD obbliga le aziende a guardare al medio-lungo termine, non solo all’impatto immediato, rendicontando in modo trasparente i rischi futuri.
Chi pianifica una fine che non arriva rischia quindi di trovarsi prigioniero di un impegno non sostenuto da risorse e controlli.
Quando la “vita spericolata” si trascina
Il paradosso è amaro: ciò che doveva essere rapido ed eroico spesso si trasforma in un fardello.
Un progetto nato come “sperimentale” diventa strutturale senza che nessuno lo abbia deciso formalmente.
Un servizio lanciato “per pochi clienti” diventa core business, ma senza le necessarie misure di sicurezza.
Una procedura scritta “tanto per” resta in piedi anni, trasformandosi in un boomerang che crea più problemi che soluzioni.
“Voglio una vita che se ne frega, che se ne frega di tutto, sì…”
Ma un’organizzazione non può “fregarsene”. Perché ogni volta che non aggiorna, non verifica, non governa, accumula rischi silenziosi. E prima o poi, quei rischi si materializzano: sanzioni, inefficienze, reputazione persa. Non c’è niente di rock in un’ispezione che ti coglie con procedure ferme al secolo scorso.
La vera vita spericolata è saper durare
Il messaggio di Vasco è limpido: vivere senza compromessi, a tutto volume. Ma in azienda, la vera sfida è un’altra: pianificare anche ciò che non avevi previsto.
Significa:
- Scrivere procedure che vivono e si adattano, non che si fossilizzano.
- Prevedere budget e risorse non solo per il lancio, ma per la manutenzione e l’evoluzione.
- Accettare che ciò che sembrava temporaneo può diventare permanente.
- Fare del risk management un processo continuo, non un esercizio una tantum.
Perché la verità è questa: pianificare un’uscita spettacolare è facile. Ma gestire la permanenza è l’arte difficile.
Chi pensa solo al breve termine finisce per inseguire emergenze, rattoppando falle e accumulando ritardi.
Chi invece affronta la durata con coraggio e realismo costruisce resilienza.
E in fondo, la vera “vita spericolata” non è quella che brucia subito tutto.
È quella che sa rischiare con intelligenza, resistere con resilienza e – soprattutto – restare in piedi quando le luci si spengono e la musica continua.
“Io sono ancora qua…eh già!”