Una fotografia stabile, ma non rassicurante
Il Global Innosystem Index 2026, elaborato da Teha Group e presentato in occasione della quindicesima edizione del Technology Forum di Stresa, offre una fotografia utile per comprendere il posizionamento dell’Italia nella competizione globale dell’innovazione.
L’indice prende in esame 49 Paesi e colloca l’Italia al trentunesimo posto, senza variazioni rispetto all’edizione 2023. Questo dato segnala una continuità apparente, ma non autorizza letture troppo ottimistiche: restare fermi, in un contesto internazionale che accelera, significa spesso perdere terreno.
Paesi come Singapore, Israele e Regno Unito guidano il ranking grazie a ecosistemi capaci di combinare capitale umano qualificato, investimenti, attrazione di imprese innovative e risultati industriali concreti. Australia e India, inoltre, mostrano progressi significativi e confermano che la capacità di innovare non dipende soltanto dalla dimensione economica di un Paese, ma dalla coerenza delle politiche, dalla velocità di esecuzione e dalla capacità di collegare ricerca, impresa e capitale.
L’Italia, invece, si colloca dietro non solo alle principali economie industrializzate, ma anche a realtà come Portogallo, Lituania, Repubblica Ceca, Lettonia e Nuova Zelanda.
Questo confronto mette in evidenza un punto essenziale: il Paese dispone di qualità scientifica, competenze produttive e filiere industriali solide, ma non riesce ancora a trasformare questi elementi in un sistema pienamente competitivo.
Il Global Innosystem Index misura infatti l’innovazione attraverso cinque dimensioni:
- Capitale umano
- Risorse finanziarie
- Innovatività dell’ecosistema
- Attrattività
- Capacità di convertire conoscenza e investimenti in risultati misurabili.
Questa impostazione aiuta a superare una lettura riduttiva del tema: non basta finanziare singoli progetti, introdurre nuove tecnologie o sostenere alcune eccellenze. Un ecosistema innovativo funziona quando università, ricerca, imprese, pubblica amministrazione, capitale privato e politiche industriali si muovono in modo coordinato e continuativo. Da questo punto di vista, la posizione italiana non racconta un’assenza di potenzialità, ma segnala una difficoltà strutturale.
Competenze e capitali: i due nodi che frenano la crescita
Le fragilità più evidenti emergono nel capitale umano e nelle risorse finanziarie a supporto dell’innovazione. Nella dimensione del capitale umano l’Italia si posiziona al trentatreesimo posto, penalizzata dal numero limitato di laureati, dalla bassa incidenza dei percorsi STEM e dalla disponibilità insufficiente di competenze tecnico-scientifiche avanzate.
Questo limite pesa in modo crescente, perché la trasformazione digitale, l’intelligenza artificiale, la cybersecurity, la transizione energetica e la gestione dei dati richiedono profili sempre più qualificati.
Il sistema produttivo italiano continua a esprimere creatività, capacità manifatturiera e adattabilità, ma rischia di non trovare abbastanza persone preparate per governare le nuove traiettorie tecnologiche. Il confronto internazionale chiarisce la portata del problema: l’Italia destina all’istruzione circa il 4,07% del PIL, mentre la Svezia, che guida la dimensione del capitale umano, raggiunge il 7,3%.
Anche il dato sulla formazione universitaria mostra un divario ampio: in Corea del Sud circa il 71% dei giovani possiede un titolo universitario, mentre in Italia la quota supera di poco il 31%. Questi numeri indicano una debolezza competitiva che incide sulla produttività, sulla qualità dell’occupazione e sulla capacità di attrarre investimenti ad alto valore aggiunto.
A questa criticità si aggiunge la limitata mobilitazione di capitali privati verso ricerca, sviluppo e imprese innovative. Nella dimensione delle risorse finanziarie l’Italia occupa il trentesimo posto; la spesa privata in ricerca e sviluppo raggiunge lo 0,79% del PIL, mentre l’investimento complessivo in R&S si ferma all’1,38%. Anche il venture capital resta marginale e si attesta allo 0,03% del PIL.
Il risultato è un sistema che spesso genera idee, ma fatica a trasformarle in imprese scalabili.
Dalle eccellenze isolate a una strategia di Sistema
Il report mette in evidenza alcuni asset che rappresentano una base concreta per costruire una traiettoria di sviluppo più solida. L’Italia mostra buone performance nella qualità della produzione scientifica, nella capacità di trasformare la ricerca in applicazioni industriali, nella disponibilità di infrastrutture tecnologiche avanzate e nella crescita della capacità computazionale, anche grazie agli investimenti recenti nei supercomputer.
A questi elementi si aggiunge la forza del sistema manifatturiero. Molte imprese italiane sanno innovare nei processi, nei materiali, nel design, nella meccanica avanzata e nella personalizzazione dei prodotti; questa capacità costituisce un vantaggio competitivo reale.
Tuttavia, il Paese deve evitare un errore di prospettiva: valorizzare le eccellenze non significa accontentarsi di esse. Se queste eccellenze restano frammentate non riescono a spingere l’intero sistema verso un salto di qualità. La priorità, quindi, consiste nel rafforzare il collegamento tra formazione, ricerca, industria e finanza.
In questa prospettiva, il Global Innosystem Index 2026 rappresenta un richiamo alla responsabilità strategica. L’Italia possiede risorse competitive importanti, ma deve decidere se continuare a procedere per singole eccellenze o costruire finalmente un ecosistema più integrato.